Finanza & Caffè - 4 maggio
Carissimi,
in attesa che parta la Project Freedom (così è stata chiamata la missione americana, voluta da Donald Trump, per liberare le navi “bloccate” nello Stretto di Hormuz), rimane aperto, seppur a fatica, uno spiraglio di trattativa tra le parti. Nessuno, a dire il vero, è volato a Islamabad, a conferma che la distanza tra le parti rimane grande: per ora ci si limita a scambi”di improbabili piani di pace (da 15 siamo scesi a 14 punti), quanto basta, però, a mantenere “viva la fiammella”.
Peraltro, ormai è stata varcata la soglia dei 60 giorni di guerra: una scadenza che, per il Presidente americano, assume sempre di più le sembianze di una sconfitta, personale (e quindi politica) prima ancora che militare. Non a caso i media americani in questi giorni hanno pubblicato l’esito degli ennesimi sondaggi che danno solo il 33% degli americani d’accordo con la strategia portata avanti dal Presidente, con ben il 67% contrario.
Non è probabilmente un caso, quindi, che Trump cerchi di spostare l’attenzione su altri temi, che si chiamino dazi (tornati di moda, nonostante il parere contrario della Corte Suprema, che ha imposto il risarcimento di oltre $ 166 MD agli importatori, in quanto non legittimi), con l’aumento dal 15 al 25% sull’import dell’automotive proveniente dall’Europa, o ritiro delle truppe americane di stanza in Europa, a partire dai 5mila militari che nei prossimi 6-12 mesi lasceranno le basi americane in Germania (il Paese più “affollato”, con oltre 35mila soldati USA presenti), colpevole, insieme ad altri Paesi (tra cui l’Italia) di non essere allineati con le scelte trumpiane. Per non parlare di Cuba, prossima vittima designata (si parla di schierare una portaerei a 100 metri dalle coste antistanti l’isola) della bonifica americana.
Una situazione, quella geopolitica, che non lascia molto spazio ai dubbi, con le tensioni internazionali che non accennano a diminuire (e non si è fatto cenno alla situazione tra Israele e il Libano, con sullo sfondo la tragedia di Gaza che continua a mietere vittime).
Vari economisti e analisti continuano a ripetere che, di questo passo, il mondo rischia di incagliarsi con sempre maggior probabilità nelle secche della recessione.
Eppure, i dati arrivati in questi giorni appaiono a dir poco contraddittori.
Da una parte abbiamo l’inflazione, ovunque in rialzo, conseguenza naturale dell’aumento dei prezzi energetici ed alimentari.
In Italia, per esempio, è schizzata al 2,8%, con un aumento, un mese sull’altro, di oltre l’1,2%, che ha portato la variazione tendenziale all’1,7%, il balzo maggiore dalla fine del 2021. Una variazione che si spiega con il rialzo dei prezzi energetici, che hanno fatto registrare un + 9,5% che non da spazio ad interpretazioni. Un tema, peraltro, che riguarda non solo noi: rispetto allo stesso mese di un anno fa, il costo della vita è aumentato del 4,6% in Grecia, del 3,5% in Spagna, del 2,9% in Germania, del 2,5% in Francia, con l’Area Euro a + 3%.
Allo stesso tempo, apprendiamo che, nel primo trimestre dell’anno, i profitti delle aziende europee sono saliti del 3,2% rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
Si dirà che il risultato è solo parzialmente influenzato dalla guerra, essendo la stessa iniziata il 28 febbraio. Ma, se guardiamo alle previsioni, vediamo che l’aumento medio, per l’intero 2026, dovrebbe essere di circa il 13,8%. Stime, va detto, che mettono in conto una fine del conflitto non lontana nel tempo e, soprattutto, una stabilizzazione del prezzo del petrolio intono a $ 80, e comunque non superiore ai 100.
Quotazioni più elevate porterebbero ovviamente ad un ulteriore innalzamento dell’inflazione. A quel punto sarebbe ben difficile, per i policymakers, non intervenire sui tassi (la settimana scorsa tutte le maggiori quattro Banche Centrali al mondo li hanno lasciati invariati), per quanto ben consapevoli che non si tratta della solita inflazione, determinata da un aumento dei consumi, bensì di quella più difficile da tenere sotto controllo, essendo causata da aumenti derivanti da situazioni non legate a scelte individuali, bensì dalle difficoltà di far arrivare sul mercato alcuni prodotti necessari (nella fattispecie, quelli energetici).
Non ci resta, quindi, che attendere, cercando di cogliere, qua e là, qualche segnale positivo, come, per esempio, il prossimo incontro, programmato per il 7 maggio, in Vaticano tra il Papa e il Segretario di Stato americano Marc Rubio, che torna a farsi vedere dopo qualche settimana di sottoesposizione mediatica.
La settimana si apre con i mercati asiatici a mezzo servizio.
Chiusi il Giappone e la Cina, è il Kospi di Seul a fare da apri pista, con un rialzo che supera il 4,50 % (4,54), sostenuto dai titoli tech.
Storia simile quella di Hong Kong, con l’Hang Seng che sale dell’1,50%.
Taiex Taiwan che non vuole essere da meno, con un rialzo del 4,57%.
ASX 200 200 in calo dello 0,37%.
Sensex Mumbai in rialzo dell’1%.
Futures ben impostati sia in Europa (Eurostoxx + 0,37%) che a New York (S&P 500 + 0,15%, Nasdaq + 0,32%).
Poco mosso il petrolio, comunque in leggero ribasso.
WTI - 0,30% ($ 101,59).
Brent – 0,26% ($ 107,90).
Gas naturale USA + 2,27% ($ 2,842).
Oro – 0,87% ($ 4.605).
Argento – 1,23% (75,50).
Rame $ 596,05 (- 0,89%).
Spread a 80 bp.
BTP al 3,87%.
Bund sempre sopra il 3% (3,07%).
Treasuries intorno al 4,37%.
€/$ a 1,1737.
Bitcoin che torna ad affacciarsi verso quota $ 80.000, a $ 79.552.
Buona giornata e buona settimana.
Ginettaccio
Ps: l’Italia, in passato sinonimo di instabilità politica, è, quasi incredibilmente, diventato uno dei Paesi più stabili a livello europeo, se non il più stabile. Ce lo conferma il dato relativo alla durata del Governo in carica: al di là di qualsiasi considerazione politica, è il secondo più longevo di sempre: siamo, oramai, a 1289 giorni, superato solo dal secondo Governo Berlusconi, 1° con 1.412 giorni.


