Finanza & Caffè - 4 giugno
Carissimi,
e così, dopo la sfuriata con Benjamin Netanyahu dello scorso lunedì, derubricata dal Primo Ministro israeliano a semplici “divergenze tattiche” (come se attaccare la capitale di un altro Paese fosse un banale tatticismo), Donald Trump ora si dice pronto ad incontrare Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran, dichiarando che “è coinvolto nei negoziati e c’è molto rispetto per lui”. Viene spontaneo chiedersi quale valore abbiano le parole per il Presidente americano, pronto a passare, in meno che non si dica, da affermazioni che danno per imminente la distruzione totale e la scomparsa per sempre dell’Iran (era il 7 aprile, con la Casa Bianca mai così vicina all’opzione nucleare), a dichiarazioni in cui si dice pronto a sfilare a braccetto con il nemico, al punto di sperare, appunto, di incontrare quanto prima Khamenei.
Intanto, però, nessun accordo è stato siglato, al punto che le azioni militari continuano (ieri i Pasdaran hanno attaccato l’aeroporto del Kuwait), mentre i negoziati, seppur non completamente interrotti (come invece sostiene l’Iran), faticano a procedere. È assolutamente normale, pertanto, che i mercati, in un contesto di simile incertezza, si prendano, come puntualmente successo ieri, qualche pausa. Mercati, ricordiamolo, che arrivano da ben otto settimane consecutive di rialzi, sulla spinta, come ben sappiamo, dell’intelligenza artificiale, ma andando ben oltre l’attuale crisi geopolitica. In sostanza, gli operatori sembrano orientati a non soffermarsi tanto sulle notizie di breve termine, spostando la loro attenzione sulla convinzione che le parti non siano così lontane dal trovare un punto di intesa duraturo.
I recenti dati americani, in attesa che domani arrivino quelli ufficiali sull’occupazione, ci restituiscono un quadro globale con una tenuta di fondo che ha del sorprendente, che vede convivere investimenti consistenti, con la tecnologia al primo posto, e utili aziendali in costante accelerazione. Due aspetti che non sempre vanno d’accordo, cannibalizzandosi a vicenda, cosa che stupisce non poco anche gli osservatori più attenti, molti dei quali ritenevano eccessivo il capitale indirizzato a sostenere la crescita aziendale. Confermandosi materia molto monotona e ripetitiva, l’economia guarda, ancora e sempre, ai soliti temi: da una parte, appunto, gli andamenti occupazionali, dall’altra all’inflazione e alle scelte che, a breve, la FED e la BCE saranno chiamate a fare. Dal loro atteggiamento capiremo quanto grave o meno possa essere la crescita dei prezzi che stiamo attraversando.
Se sulla sponda americana si pensa che il neo nominato Presidente Kevin Warsh non abbia particolare fretta a toccare i tassi (neanche verso il basso, come piacerebbe a Trump), un discorso diverso va fatto per l’Europa. Da noi l’inflazione ormai è stabilmente oltre il 3%, per cui si dà quasi per certo che il board della Banca Centrale europea, che si riunirà tra una settimana, quasi certamente manovrerà la leva dei tassi, con un rialzo dello 0,25%, mentre più incerte sembrano le mosse successive. Una scelta, quella di ritoccare i tassi, non priva di rischi, con la crescita, già piuttosto debole su questa sponda dell’oceano, che potrebbe oltremodo risentirne. Tant’è vero che l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che riunisce 38 Paesi) ha rivisto le proprie proiezioni di crescita per il 2026 e il 2027, anche in funzione degli scenari che potrebbero prefigurarsi in ordine ad una durata del conflitto medio-orientale più o meno lunga.
Se, come ancora oggi molti analisti pensano, le ostilità dovessero concludersi in tempi realisticamente brevi (diciamo entro tre mesi), ecco che la crescita globale, pur scivolando sotto il 3% (nel 2025 era stata pari al 3,4%), dovrebbe comunque rimanere su livelli più che buoni (+ 2,8%). Se, invece, i guai dovessero continuare, ecco che scenderebbe al 2,1%, per passare, poi, nel 2027, addirittura all’1,8%, vale a dire meno della metà del valore medio degli ultimi 25 anni. Nell’Eurozona, poi, la frenata sarebbe ben maggiore, passando dall’1,4% del 2025 allo 0,6% quest’anno, con noi, ancora e sempre, fanalino di coda, con un modesto + 0,5% quest’anno e un altrettanto modesto + 0,6% l’anno prossimo. L’ennesima conferma che se non si affronta “il toro per le corna” — cioè non si riduce drasticamente il peso del nostro debito pubblico, un buco nero che inghiotte risorse che, invece, dovrebbero essere indirizzate ad investimenti per la crescita — saremo destinati a rincorrere sempre.
Ieri sera chiusura negativa per il mercato americano, con tutti gli indici con il segno meno.
Il Dow Jones è arretrato dell’1,21%, l’S&P 500 dello 0,74%, Nasdaq – 0,89%, Russell 2000 Small Cap – 1,31%.
Ribassi che si allargano, questa mattina, alle piazze asiatiche.
A Tokyo il Nikkei segna, a pochi minuti dalla chiusura, - 1,47%.
Il Kospi di Seul, replica con un – 1,43%.
Cina allineata al clima generale, seppur con qualche distinguo: Shanghai perde lo 0,47%, il China A50 l’1,47%, mentre Shenzhen limita i danni allo 0,22%.
Taiex Taiwan – 1,68%.
ASx 200 Sidney – 1,17%.
Sensex Mumbai “aggrappato” alla parità (- 0,04%).
Futures mediamente negativi a Wall Street, per quanto, in questi minuti, diano segnali di recupero, con il Dow Jones e l’indice Russell tornati in territorio positivo.
Rimane appena sotto la parità l’Eurostoxx (- 0,19%).
Torna a scendere il petrolio: WTI a $ 95,11 (- 0,95%).
Brent a $ 96,80 (- 1,02%).
Gas naturale USA $ 3,226 (- 0,92%).
Dopo il calo delle prime ore degli scambi asiatici, l’oro “riacciuffa” quota $ 4.500 (4.503, + 0,81%).
Rimane leggermente negativo l’argento ($ 73,660, - 0,05%).
Rame $ 645,18 (- 0,50%).
Spread a 72,83 bp, dopo che ieri era tornato a quota 75 bp.
BTP al 3,79%.
Bund a 3,06%.
Torna a salire, seppur leggermente, il rendimento del Treasury, di nuovo vicino al 4,50% (4,49%).
€/$ 1,1613.
Bitcoin in timida ripresa ($ 64.163).
Buona giornata.
Ginettaccio


