Finanza & Caffè - 26 marzo
Carissimi,
nei giorni scorsi in Florida si sono svolte le elezioni per la Camera dello Stato USA che si affaccia sui Caraibi. Uno stato tradizionalmente rosso, il colore che contraddistingue la parte repubblicana.
Già qualche segnale il Presidente USA avrebbe dovuto coglierlo: qualche mese fa, infatti, per la prima volta in 30 anni, l’opposizione democratica si era guadagnata la poltrona di sindaco di Miami.
Questa volta, se possibile, lo smacco è stato ancora più violento.
La circoscrizione in cui si è votato comprendeva Mar-a-Lago, la famosa residenza dove Donald Trump trascorre i suoi weekends, sede anche di meeting con le delegazioni di altri Paesi.
Una circoscrizione dove, non più tardi di due anni fa, il seggio era stato vinto dal candidato repubblicano (ora dimissionario) con oltre 19 punti di vantaggio. Lo stesso Trump, alle Presidenziali, aveva chiuso la partita con un divario abissale (17 punti).
Ad appena due anni. o anche meno, di distanza, succede, invece, che ad occupare il posto alla Camera locale sarà la candidata democratica. Una vittoria che segue altre, ottenute sempre nella "tana del lupo”, come sono considerati Stati come il Texas o la Virginia.
Un messaggio che dovrebbe far riflettere il Presidente americano molto più di quanto non siano in grado di fare i sondaggi, per quanto tutti negativi, condotti a livello nazionale.
Oltre all’indice di popolarità al minimo del 36% citato ieri in questa rubrica, per esempio, oggi il 59% della popolazione americana non è favorevole alla guerra, o per lo meno ritiene che sia andata troppo oltre.
Un altro 45% teme di non potersi più permettere, se le cose dovessero continuare per qualche mese, un pieno di benzina, con oltre il 67% degli americani che chiede che i prezzi di energia e carburante non salgano più (la benzina, nell’arco dell’ultimo mese, è rincarata di circa il 30%, nonostante, come noto, gli USA siano il maggior produttore mondiale e, senza dubbio, non dipendano dal petrolio dei Paesi del Golfo).
Solo un 29%, poi, approva la sua gestione dell’economia, a partire, evidentemente, dai dubbi sull’applicazione di dazi. Con un 30-50% che teme si vada incontro ad una recessione e ritiene che presto l’inflazione tornerà sopra il 3%.
Per quanto riguarda l’uso delle armi e il coinvolgimento americano nel conflitto, sei americani su 10 prendono le distanze in maniera piuttosto netta dall’uso dei marines e/o di truppe specializzate.
E ancora, metà dei cittadini ritiene che Trump non abbia la sufficiente lucidità per decidere correttamente l’uso dello strapotere militare del proprio Paese, con solo il 34% che si trova allineato sulle posizioni America First tanto propagandate.
Quella dei negoziati per la pace diventa, inequivocabilmente, la via obbligata per Trump per uscire dal vicolo cieco in cui, anche per l’opinione pubblica del suo Paese, si è cacciato.
Le distanze tra le parti, al momento, sembrano incolmabili (cinque i punti indicati dall’Iran contro i 15 americani): ma il fatto stesso che siano stati reciprocamente resi noti sono l’indiretta conferma che si sta cercando una soluzione. Avvalorata, peraltro, dalla discesa in campo del Vice-Presidente JD Vance, chiamato a prendere il posto, come negoziatore, di Jared Kushner (genero di Trump) e di Steve Witkoff, amico di vecchia data del Presidente, quindi persone giudicate troppo vicine allo stesso inquilino della Casa Bianca. Scelta certamente non casuale: al di là del ruolo ricoperto, infatti, Vance è, forse, sul tema guerra colui che più di ogni altro stretto collaboratore di Trump si è dichiarato contrario, sollevando più di una riserva sui rischi e sui costi dell’operazione, oltre che non una priorità americana.
Ieri sera segni verdi a Wall Street, per quanto non sui massimi di giornata.
Il Dow Jones ha fatto segnare + 0,66%, S&P 500 + 0,54%, Nasdaq + 0,77%, Small Cap 2000 + 1,23%.
Risultati non confermati, questa mattina, dai mercati asiatici.
A Tokyo il Nikkei scivola dello 0,48%.
Ben più pesante, a Seul, il Kospi, in caduta del 3,22%.
Tutti in calo anche gli indici cinesi: Shanghai – 1.08%, Shenzhen – 1,51%, China A50 – 0,82%.
A Hong Kong l’Hang Seng lascia sul terreno il 2%.
Taiex Taiwan – 0,30%.
ASX 200 Sidney che limita le perdite allo 0,10%.
Sensex Mumbai per ora in parità.
Futures che trattano in territorio negativo: a New York il calo va dal – 0,35% (Dow) al – 0,64 (Russell 2000).
Eurostoxx – 0,85%.
Di nuovo in altalena le materie prime.
Petrolio (versione WTI) a $ 92,67 (+ 2,56%).
Di poco inferiore il rialzo del Brent (+ 2,35%), a $ 99.55.
Gas naturale USA $ 2,924 (- 0,54%).
Oro a $ 4.473 (- 2,40%).
Cede il 4,50% l’argento, a $ 69,41.
Rame a $ 548,78 (- 0,57%).
Spread a 88,68 bp.
BTp al 3,84%, in leggero miglioramento.
Bund al 2,96%.
Treasuries stabili, al 4,362%.
In rafforzamento il $, con €/$ a 1,1561.
Bitcoin che si riporta, nuovamente, sui $ 70.000 (70.049).
Buona giornata.
Ginettaccio
PS: nuovo “lancio” per SpaceX, la società di Elon Musk per i viaggi spaziali. Questa volta, però, non si tratta del solito satellite che deve essere portato in orbita o di un viaggio verso la piattaforma spaziale. Bensì del lancio in Borsa. Manca poco, infatti, all’IPO che porterà alla quotazione della società. Si parte con il deposito del Prospetto informativo per l’IPO. Si parla di una quotazione plurimiliardaria, come dimostrano le stime, che parlano di una raccolta di capitale pari a oltre $ 75 MD.


