Finanza & Caffè - 13 marzo
Carissimi,
$ 11,3 MD nei primi 6 giorni.
A tanto ammonta, per ammissione del Pentagono, il costo di Epic Fury (questo il nome dato alla guerra contro l’Iran). Come se un titolo rendesse ancora più dirompente o minacciosa un’azione militare.
Una guerra è una guerra. Punto. Viene in mente la citazione di Lev Tolstoj, che, in Anna Karenina scriveva: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice a modo suo”. Così tutte le guerre si assomigliano, produttrici di distruzione, morte, sofferenze, ma ogni partecipante la interpreta a modo suo, cercando di portare a casa il massimo vantaggio possibile.
Ma ormai i giorni di guerra sono 14. E il totalizzatore cresce. Secondo alcuni organi indipendenti, ogni giorno costa, alla Casa Bianca, tra i $ 900 MN e il miliardo. Nei primi due giorni, solamente come munizioni, sono stati spesi oltre $ 5,6 MD.
Numeri, ovviamente, insostenibili, nel lungo periodo, anche per una potenza come gli Stati Uniti.
Ma questi sono solo i costi diretti, a cui bisogna aggiungere, ovviamente, tutto il resto.
Ieri il petrolio (versione Brent, quello del Mare del Nord) ha avuto una fiammata (è proprio il caso di dirlo) oltre i $ 100. E secondo Goldman Sachs, se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso o anche fortemente ridotto per qualche settimana, il prezzo potrebbe arrivare verso i $ 150, il livello più alto dal 2008. Ma il problema non toccherebbe solo il greggio: da quel tratto di nave, oltre al 20% del petrolio estratto a livello globale, passano (passavano, prima dell’inizio dei combattimenti) 1/5 del gas naturale liquefatto, 1/3 dei fertilizzanti, il 15% dell’alluminio, il 30% dell’elio, gas fondamentale per la produzione dei semiconduttori.
Si calcola che, in giro per il mondo, ci siano stoccaggi petroliferi pari a circa 8,2 MD di barili, di cui circa il 50% custoditi nei Paesi OCSE. Una riserva che consentirebbe un’autonomia stimata in circa 90 giorni, dato che i consumi si aggirano, in tempi normali, intorno ai 100-107 MN di barili al giorno, peraltro in diminuzione in questi giorni, in considerazione della situazione che si sta creando. Proprio in paio di giorni fa la IEA (l’agenzia internazionale per l’energia) ha deciso di liberare circa 1,2 MD di barili (oltre a 600 MN di barili di scorte industriali detenute per obbligo governativo) per compensare la mancata produzione (e relativa esportazione) di alcuni Paesi. Un segnale teso a normalizzare la situazione, ma che, di contro, evidenzia una situazione di stress in aumento.
Stress che si traduce, in soldoni, in una diminuzione della crescita, con un aumento del PIL che a livello globale si limiterebbe ad uno striminzito 1%. Sempre Goldman ha nuovamente tagliato le prospettive di crescita dell’Eurozona dello 0,2% per fine 2026, portando il taglio complessivo, da quando è iniziata la guerra, allo 0,4%. L’inflazione, invece, è stata rivista, sempre per fine anno e sempre per l’Area Euro, al 2,9%, contro l’iniziale 2%.
Ma chi sta peggio è Donald Trump. Tralasciando l’iperbole delle sue dichiarazioni, è evidente che deve far finire la guerra in fretta. Almeno questo gli chiede l’opinione pubblica. Alla quale, peraltro, in campagna elettorale aveva promesso che mai si sarebbe lanciato in nuove guerre, a meno che non fossero assolutamente indispensabili.
Sugli USA incombe anche un altro problema non da poco: il rischio di rimborso dei dazi, dopo che la Corte Suprema li ha considerati fuorilegge. Si stima una cifra che può arrivare a $ 166 MD, con una spesa al mese, per interessi, che potrebbe toccare i $ 650 MN, che, su base annua, in assenza di rimborsi, potrebbe arrivare a $ 10 MD. Rimborsi che potrebbero interessare oltre 330.000 importatori, con oltre 57 MN di dichiarazioni presentate e, ad oggi, circa 20,1 MN di dichiarazioni da liquidare.
Torna quindi ad aleggiare, almeno secondo il New York Times, il ben noto acronimo TACO (Trump Always Chickens Out, “Trump si tira sempre indietro”), con riferimento, questa volta, alla guerra: quindi, la guerra potrà finire non perché tutti i bersagli verranno distrutti, ma perché il Commander In Chief farà l’ennesima retromarcia.
Ieri sera indici americani in ritirata.
Dow Jones – 1,56%, S&P 500 – 1,52%, Nasdaq – 1,78%, Russell 2000 – 2,12%.
La giornata asiatica sembra confermare le chiusure americane.
A Tokyo il Nikkei ha chiuso a – 1,40%.
Kospi Seul – 1,72%.
Debole anche la Cina: Shanghai – 0,82%, Shenzhen – 0,66%, China A50 vicino alla parità (- 0,04%).
A Hong Kong Hang Seng a – 1,13%.
Taiex Taiwan – 0,54%.
ASX 200 Sidney – 0,14%.
Sensex Mumbai – 1,54%.
Futures in calo ovunque (- 0,30/0,50%), dopo che, nelle primissime ore della mattinata, sembravano destinati al rialzo.
Ancora in crescita, questa mattina, il prezzo del petrolio.
WTI $ 96,87 (+ 1,17%).
Brent oltre i $ 100 (101,71, + 1,25%).
Gas natutrale USA $ 3,297 (+ 1,79%),
Oro $ 5.081, - 0,96%,
Argento $ 82,12 (- 3,63%).
Rame $ 579,45 (- 1,33%).
Spread sempre vicinissimo a 80 bp (79.8).
BTP al 3,77% (nei giorni precedenti il conflitto eravamo a 3,24%).
Bund 2,97%.
Treasuries Usa 4,27%, in nuovo, leggero, aumento.
€/$ 1,1468.
In controtendenza il bitcoin, che supera i $ 71.000 (71.474).
Buona giornata e buon fine settimana.
Ginettaccio


