Finanza & Caffè - 12 maggio
Carissimi,
secondo uno studio di Assoporti, condotto insieme a SRM, centro studi che fa capo a Intesa Sanpaolo, nello stretto di Hormuz sono attualmente bloccate merci per un valore intorno ai $ 23,7 MD. Se non si dovessero sbloccare in tempi brevi, come ormai il mondo intero sa, le ripercussioni a livello globale, a partire dalla catena degli approvvigionamenti per arrivare al “consumatore finale”, sarebbero devastanti. Due semplici numeri possono ulteriormente darcene contezza: da lì passa il 37% del petrolio mondiale e il 28% del GPL globale (Gas di Petrolio Liquefatto). Oltre alle conseguenze umanitarie: secondo l’ONU, se il traffico non dovesse essere ripristinato rapidamente, si corre il rischio concreto che altri 45 MN di persone possano precipitare nella fame.
Pochi, ma molto esaustivi, numeri, in grado di far comprendere come “il gioco” si stia facendo sempre più duro. Né vale, per una volta, il famoso detto che “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”.
Di certo il vertice di Pechino tra Cina e USA, già programmato da tempo, non rientra, almeno questa volta, in questa definizione.
Anche perché (ma anche questa è cosa nota) un “duro” (anzi, il “duro” per definizione) ha cominciato a “giocare” sin da subito. Con risultati, peraltro, piuttosto deludenti, per non dire assolutamente fallimentari.
Il G2 (così si può definire) che inizia oggi a Pechino non sarà un vertice come gli altri.
Per una volta, il leader americano affronterà “l’amico cinese” (strana questa sua predilezione verso gli autocrati, per non dire dittatori: oltre a Xi, come non ricordare “l’amico Putin” o, addirittura, Kim Yong Un, lo spietato “capo supremo” della Corea del Nord) da una posizione di debolezza.
Lungo l’elenco delle scelte americane che, da quando il tycoon siede nello Studio Ovale, non hanno portato ai risultati sperati.
I dazi, tanto per fare un esempio, si stanno rivelando, anche nei confronti della potenza asiatica, un’arma a dir poco spuntata. Non solo la Cina, come sappiamo, ha aumentato, nei primi mesi dell’anno, il proprio export (anche verso gli USA), ma continua a riportare una bilancia commerciale ampiamente positiva. Di contro, i cittadini americani si ritrovano a pagare merci più care, fattore che allontana sempre di più la classe media dal presidente (non a caso il suo livello di popolarità è ai minimi termini, ormai prossimo al 30%, non solo per come sta conducendo la “campagna iraniana”).
Una “middle class” in parte formata agli agricoltori del Midwest, la sua vera “cassaforte elettorale”: quasi certo, quindi, che uno degli argomenti dell’incontro saranno le forniture di mais e cereali in genere, prodotti di cui Pechino ha assolutamente bisogno per rifornire i propri allevamenti e sfamare la popolazione. Ma di cui ha altrettanto bisogno Trump, se vuole mantenere accesa la fiammella delle elezioni di novembre.
Della guerra iraniana si sa ormai quasi tutto. Le ultime dichiarazioni di Trump (“la tregua è in terapia intensiva”) lascerebbero poco spazio a soluzioni di pace (a detta sua ormai siamo vicini allo zero, fermandosi all’1%). Le differenze sui punti alla base del presunto piano di pace sembrerebbero insormontabili, a partire dal controllo di Hormuz (ognuno dei due contendenti vorrebbe esercitarlo), per non parlare dello sblocco dei beni iraniani congelati o la consegna, da parte di Teheran, dell’uranio arricchito (i famosi 450kg, secondo il regime sepolti nei laboratori sotterranei andati distrutti), per arrivare al rimborso delle spese relative alla ricostruzione post-bellica.
Sullo sfondo rimane, anche come suggestione, Taiwan. Un segnale lanciato da Trump a Xi Jinping potrebbe essere la decisione, temporanea, di bloccare, da parte americana, la fornitura di armi per un valore di circa $ 14 MD. Un’apertura che potrebbe significare la disponibilità ad affrontare tempi più ampi, che riguardano non solo i temi prettamente bilaterali, in primo luogo quelli economico-finanziari (non a caso Trump partirà in buona compagnia, portando con sé il “gotha” dell’economia e della finanza a stelle e strisce, a partire dal suo nuovamente amico Elon Musk, o Tim Cook, ma anche Larry Fink e altri).
Anche se è bene non farsi grandi illusioni: di certo, se la situazione, tra Iran e Usa, dovesse confermarsi particolarmente complessa, il leader cinese potrebbe lasciare Trump “nel suo brodo”: tra i due, infatti, chi ha più bisogno di venirne fuori è, indiscutibilmente, l’inquilino della Casa Bianca. Lui ha voluto il conflitto, a lui, ora, il compito di trovare la soluzione.
Continua, intanto, la fase di forza di Wall Street.
Ieri sera tutti gli indici hanno chiuso con il segno più: Dow Jones + 0,19%, S&P 500 + 0,19%, Nasdaq + 0,10%, Russell Small Cap + 0,39%.
Questa mattina dal Far East arrivano segnali contrastanti.
Torna a salire, a Tokyo, il Nikkei (+ 0,57%).
Indici cinesi non completamente allineati: a Shanghai e Shenzhen prevalgono i segni meno (rispettivamente – 0,46% e – 0,65%), mentre il China A50 si muove in territorio positivo (+ 0,35%).
Taiex Taiwan + 0,26%.
Kospi Seul – 1,94%.
Poco sotto la parità anche, a Sidney, l’ASX 200 (- 0,31%).
Continua la fase di debolezza dell’India, con il Sensex questa mattina a – 1,11%.
Futures in calo: più marcato in Europa (Eurostoxx – 0,69%), mentre a New York si va dal – 0,07% del Dow al – 0,50% del Nasdaq.
Alle 9.30 di stamattina FTSE Mib - 1,28%
Ancora in salita il petrolio.
WTI a $ 99,50 (+ 1,48%).
Brent $ 105,40 (+ 1,13%),
Gas naturale USA $ 2,933 (+ 0,17%).
In calo i metalli preziosi: oro a $ 4.712 (- 0,32%), argento a $ 85,745 (- 0,20%).
Rame a $ 648,17 (- 0,14%).
In risalita lo spread, che tocca i 74 bp.
BTp al 3,78%.
Bund ancora sopra il 3% (3,04%).
Treasury di nuovo sopra il 4,40% (4,42).
€/$ 1,1754.
Bitcoin che “tiene” quota $ 80.000: questa mattina lo troviamo a $ 81.261.
Buona giornata.
Ginettaccio
PS: in India, Modi ha appena rivinto le elezioni (durate mesi, per consentire a tutti gli aventi diritto, anche coloro che risiedono nei villaggi più sperduti, di esercitare il loro diritto). Il primo annuncio, però, non è stato il solito proclama, ma un richiamo all’austerity. E non solo quella classicamente energetica (più remote working, minor utilizzo della mobilità privata, condivisione del car-sharing, maggior ricorso al trasporto pubblico), ma un vero e proprio cambiamento comportamentale. Come, per esempio, limitare gli acquisti di oro, una delle più forti tradizioni indiane (ma è tutto importato) o ridurre il più possibile i viaggi all’estero, per non penalizzare ulteriormente la bilancia dei pagamenti, in profondo rosso (si parla, per l’anno fiscale che si concluderà il 31/3/2027, di circa $ 70 MD).


