Finanza & Caffè - 11 marzo
Carissimi,
a detta di Donald Trump la guerra è una questione di giorni (salvo, poi, affermare che gli Stati Uniti sono pronti ad affrontare anche uno sforzo militare che duri mesi).
Che il Presidente USA abbia fretta di chiudere i giochi è, probabilmente, una delle poche certezze. Tante sono le ragioni.
Il presupposto, tanto per iniziare, è che solo una minoranza (quattro su 10) dei cittadini americani si è dichiarata favorevole alla guerra: una delle più basse che si ricordino (all’epoca dell’operazione in Libia, che portò alla fine di Gheddafi, erano 4,7). Per un presidente populista come lui, il poco entusiasmo con cui gli americani partecipano all’azione militare contro l’Iran è un preoccupante segnale che può minare ulteriormente una popolarità già traballante (una delle più basse per un presidente dopo poco più di un anno dall’inizio del suo mandato).
C’è poi il tema dei prezzi, a cui si collega la exit strategy della Fed, intendendo per tale l’allentamento delle misure monetarie ancora in vigore (i tassi USA viaggiano in una forchetta tra il 3,75 e il 4%).
La guerra contro l’Iran, infatti, ha conseguenze importanti non solo in Europa, la cui dipendenza dalle fonti energetiche medio-orientali è nota, ma anche negli USA.
Pur essendo, la nazione a stelle e strisce, esportatrice netta di petrolio, si ritrova paradossalmente nella situazione di avere impianti di raffinazione adatti alla lavorazione del greggio importato, di qualità inferiore rispetto a quello domestico. Condizione che fa sì che anche gli USA paghino il prezzo dei bombardamenti a migliaia di km di distanza: si calcola che l’aumento del gallone di benzina sia stato, dall’inizio della guerra, di oltre il 19%.
E con un’inflazione che non scende (anzi, che rischia di salire) pensare che la Fed possa, nonostante a maggio sia atteso il cambio della guardia ai vertici della banca centrale, tagliare i tassi sta diventando un’ipotesi sempre più remota.
Aspetti che senza dubbio non aiutano il Commander In Chief americano.
Ma che diventano ancora più determinanti nel momento in cui si è nell’anno delle elezioni di mid-term.
Pochi mesi ci separano ormai dalla scadenza elettorale (novembre).
Il Presidente USA ne è ben consapevole: ma ancor di più lo sono i suoi collaboratori. Che, infatti, stanno cercando in tutti i modi di convincerlo ad una rapida conclusione.
Ecco, quindi, che le parole di The Donald hanno diversi destinatari.
In primo luogo, il proprio elettorato, che va rassicurato e tranquillizzato rispetto ad un intervento di cui non sentiva il bisogno e che, a ben vedere, non solo non porta alcun vantaggio, ma rischia, anzi, di avere l’effetto opposto.
In secondo luogo, verso gli alleati (se così possono essere ancora definiti viste le prese di posizione e le affermazioni di Trump dell’ultimo anno), certamente ben più preoccupati sulle conseguenze, in primo luogo economiche, che la guerra può avere sulla propria crescita. Senza contare i maggiori costi che devono mettere in atto per tutelare i propri cittadini o Paesi UE maggiormente a rischio (si pensi banalmente a Cipro, in soccorso del quale Emmanuel Macron ha inviato una nave militare).
E poi i mercati, forse quelli che reagiscono con maggior rapidità alle parole del Presidente.
Lo testimonia bene l’andamento del prezzo del petrolio. Lunedì, nei primi scambi, era arrivato a sfiorare i $ 120. Da lì ha iniziato a scendere, per riportarsi, nella stessa giornata, sotto i $ 100. Ieri la discesa è continuata, sino a toccare i $ 76, livello da cui è tornato a salire, per chiudere la giornata intorno ai $ 84, da cui riparte questa mattina (con variazioni di prezzo, almeno per ora, minime). Il tutto mentre si stanno studiando rotte alternative per aggirare lo stretto di Hormuz, come, per esempio, sta facendo Saudi Aramco, la compagnia di bandiera dell’Arabia, che sta pensando di dirottare, attraverso l’oleodotto che attraversa il Paese, il petrolio verso il terminal di Yanbu, sul Mar Rosso: uno sforzo che, comunque, costerà almeno 2 MN di barili al giorno, con le esportazioni arabe che scenderebbero da 7 a 5 MN di barili. Un calo che, unito a quello dei Paesi limitrofi (Kuwait, Emirati, Iraq) porterebbe a oltre il 6% la diminuzione della produzione mondiale.
Insomma, bisogna fare presto. Ma la fretta, è noto, non sempre porta alle soluzioni migliori.
Ieri sera chiusure americane poco mosse, con tutti gli indici vicini alla parità.
Questa mattina le piazze asiatiche sembrano continuare a credere che la guerra finirà presto.
A Tokyo il Nikkei è tornato sopra i 55.000 punti (55.066), con un rialzo dell’1,51%.
Andamento simile per il Kospi a Seul, in crescita dell’1,40%.
In buona salute anche gli indici cinesi: Shanghai + 0,25%, Shenzhen + 0,79%, China A50 + 0,95%.
Appena negativo (- 0,17%), a Hong Kong, l’Hang Seng.
In forte rialzo, a Taiwan, il Taiex (+ 4,10%).
ASX 200 Sidney + 0,59%.
Scende, a Mumbai, il Sensex (- 1,15%).
Futures in rialzo a Wall Street (0,20/0,30%).
Leggermente debole l’Europa (Eurostoxx – 0,44%).
Petrolio senza grandi oscillazioni: WTI a $ 83.55 (+ 0,15%), Brent $ 87,50 (- 0,20%).
Gas naturale USA sui valori di chiusura si ieri ($ 3,060, + 0,10%).
Oro a $ 5.204 (- 0,73%).
Argento a $ m87,6 (- 2,23%).
Rame $ 589,10 (- 0,42%).
Spread a 68,8 bp.
BTP al 3,52%.
Bund 2,82%.
In leggero rialzo, questa mattina, sui mercati asiatici, il rendimento dei Treasuries Usa (4,14%).
€/$ 1,1626.
Bitcoin sempre appiccicato ai $ 70.000 (69.822).
Buona giornata.
Ginettaccio
PS: che l’acqua sia un bene prezioso è cosa nota. Ma per qualcun, forse, lo è di più. Per esempio, per i Paesi dell’area coinvolta dalla guerra contro l’Iran, in primis l’Arabia Saudita. Si calcola che la realizzazione e la gestione degli impianti di desalinizzazione costi non meno di $ 18 MD all’anno per quei Paesi, riuniti in un Consiglio di cooperazione del Golfo, per un totale di circa 400 impianti, che coprono il 40% dell’acqua depurata su scala globale. Lo sanno bene anche dalle parti di Teheran, che potrebbe spostare il tiro dagli impianti petroliferi a quelli che permettono alle popolazioni locali di sopravvivere.


